Massimo Menichinelli a Roma Makers:   il punto sul movimento, dall’ABC ai modello di business

           

  Il movimento makers c’è, esiste, cresce e si trasforma: modelli di business più efficaci, strutture societarie più solide, un rapporto meno amatoriale con i grandi player del mercato. Ma senza perdere l’identità che ha reso questi spazi qualcosa di speciale, non un’officina, non un’associazione, non un service, non un coworking, ma tutte queste cose insieme e molto di più. Si diventa grandi, anche a costo di qualche perdita eccellente: come la chiusura di Fablab Manchester. A voler fare a tutti i costi una sintesi, è questo quello che emerge dalla chiacchierata di Massimo Menichinelli con gli ospiti e i ragazzi del Fablab Roma Makers nello spazio di via Magnaghi 59. Un incontro condotto il 4 giugno da Alessandra Fasoli, architetto, illustratrice e animatrice del fablab della Garbatella. L’occasione? La presentazione del libro, pubblicato dal designer nel 2016 e intitolato FabLab e Maker (Edizioni Quodlibet). “Rispetto a quando il libro è stato scritto – ha detto Menichinelli a proposito di big player e corporate – ci stanno conoscendo di più”. Anche se, ha precisato “è ancora un momento in cui dobbiamo farci capire”.

https://www.youtube.com/watch?v=XgZ7MXx6BuY

Dal MIT a Torino
Un passaggio prezioso per fare il punto con l’autore su cosa sia un fablab, quali tecnologie utilizza, sulla storia della community in Italia, sugli aspetti economici e sociali, e soprattutto la relazione tra fablab, maker e design. “E’ un po’ il punto su anni di studio, di lavoro, di progettazione, in giro per il mondo e per fablab. Non è un libro che solo uno specialista può capire”, così l’ha delineato il suo autore, che, non è inutile ricordarlo, è prima di tutto un designer. Ma ha anche insegnato Digital Fabrication e Open Design presso l’Aalto University (Helsinki, Finlandia), Open Design alla SUPSI (Lugano, Svizzera) e Digital Fabrication per la Fab Academy (WeMake – Opendot, Milano). Ha lavorato allo sviluppo di diversi fablab in Italia (ha progettato il MUSE FabLab di Trento) e all’estero. E’ project manager all’interno dello IAAC | Fab Lab Barcelona e si occupa anche di Fablabs.io. “Il fablab? E’ una sorta di esperimento”, ha detto Menichinelli. “E lo spirito interessante è proprio farlo in un modo sempre diverso”, in base anche al rapporto con il territorio e alla rete che si viene a creare (“non in modo automatico, non è un club. La rete si costruisce con eventi, progetti comuni, riunioni”).

Gli anni dei pionieri
Ecco, Maker Faire Rome 2016 (il libro è stato presentato alla prima edizione che si è tenuta alla Nuova Fiera di Roma, ma è stato pensato a partire da luglio 2015) e 4 giugno 2018, due date, poco più di un anno e mezzo. Eppure per i makers (e per l’economia digitale nel suo complesso) si è trattato di 18 mesi con un peso specifico molto più elevato di quanto non lo sia dal punto di vista strettamente cronologico. Dunque gli artigiani digitali e l’esplosione del fenomeno in Italia: tardi, rispetto agli altri Paesi. Stati Uniti, Spagna, Olanda, Francia. Poi nel 2011 FablabItalia a Torino e da lì gli artigiani digitali sono diventati protagonisti anche nel nostro Paese.

Il modello di business, la vera selezione
Un libro prezioso. Sì, prezioso perché per la prima volta cerca di delineare il perimetro, di definire un movimento, quello dei makers, per sua natura fluido. “Molti dei temi sono stati trattati in modo che resistessero il più possibile” ha detto in apertura Menichinelli. Un tentativo ambizioso, che sconta il peccato originale: quando cerchi di fotografare qualcosa, può succedere che quel qualcosa cambi faccia, muti, cresca o si riduca, o non ci sia semplicemente più, appena domani. Ecco il libro di Massimo Menichinelli è uno di quelli che andrebbe letto ieri, meglio anche prima. O scritto (una speranza?) una volta ogni sei mesi.